L’ultima poesia di Rocco Scotellaro è ispirata ai topi

Il calendario cinese

I topi nella letteratura

Le “ragioni dei topi”, opera postuma di Carlo Levi

 

Topi e condannati

I topi

 

Solo le lire che abbiamo spaccate!

Poveri siamo e poveri siamo stati,

domani ci ficcano dentro, nell’inferno.

Ma, diteci, si salva nell’occhio dei mendicanti

l’uomo piccolo e torto, cui comandano

di scarnare le strade dai pidocchi che siamo?

Loro non pensano e lui, l’uomo piccolo e torto,

che i topi sanno tacere alla luce del giorno:

hanno voglia di accendere la lampada,

di mettere la pasta avvelenata!

Stanotte turberemo il loro sonno.

 

 

I topi sentono gli occhi

quando mi sollevo a vederli.

Si muovono con gambe lunghe

di uomo nella stanza.

Resistono perché sanno

che anche io alla fine mi addormento

e per loro sarà libero gioco.

 

La coda è la grande ala

che raschia e con quella

il topo vola dai buchi

pallottola dall’animo

dei fucili al bersaglio.

O mio cuore antico, topo

solenne che non esci fuori

e non hai libero sfogo

come non l’ha la frana

della città degli uomini accesa e ruotante;

e non senti gli occhi

di chi tra le donne – meno crudele

e meno esitante – pure ti guarda lontana.

 

 

(1948)

(13 dicembre 1953)

 

    Topi e condannati è la poesia che chiude la sezione Capostorno e richiama alla mente e al cuore l’ultima voce poetica di Rocco di quel 13 dicembre 1953 in cui, con I topi e Tu sola sei vera,  si chiude la raccolta di E’ fatto giorno, quando stava per chiudersi la sua stessa vita.

Topi e condannati è metafora di lotta di classe non violenta. I topi sono metafora dei «contadini» nel senso leviano contrapposto a « luigini». L’ «uomo piccolo e torto », cui comandano / di scarnare le strade dai pidocchi che siamo, all’opposto, è metafora dei «luigini». Scarnare è voce dialettale per spidocchiare.

I «luigini» non sanno che i topi/contadini sanno tacere alla luce del giorno, ma hanno voglia, i luigini, di tenere la lampada accesa e mettere il veleno per i topi, che, di notte, verranno fuori e turberanno il loro sonno.

La poesia è del 1948, l’anno delle elezioni che sancirono la grave e definitiva sconfitta del fronte popolare socialcomunista (altro che breve sconfitta episodica, come scriverà Muscetta!), e rinnova lo scoramento di Rocco espresso in Pozzanghera nera il diciotto aprile, la cui pubblicazione fu rifiutata dalla rivista comunista Rinascita e fu criticata dallo stesso Muscetta, amico di Rocco, che in essa vide affiorare il limite del fiato poetico di Scotellaro. La disperazione di Rocco per la sconfitta, scriveva Muscetta, era la sconfitta di un piccolo borghese, che « eternava in duemila anni la durata di una breve sconfitta episodica » Oggi ancora e duemila anni / … / Noi siamo rimasti la turba / la turba dei pezzenti, / quelli che strappano ai padroni / la maschera coi denti. Per Muscetta si trattava di violenze verbali e letterarie.

    La poesia datata il 13 dicembre esprime l’angoscia per una giovane vita che si vede sfuggire. Un ragazzo di trent’anni non scrive « se campo», come Rocco scrisse alla madre, il giorno stesso in cui morirà; nella lettera ad Antonio Albanese c’è disperazione e scetticismo sull’orientamento diagnostico del suo male. Riferisce di esami delle feci «color ardesia», che inducevano a sospettare la presenza di sangue digerito nelle feci e, quindi, un’emorragia intestinale, tanto che Rocco si dichiara pronto a tornare a Tricarico per un eventuale intervento chirurgico, ma egli pensa che altro è il suo male, «un forte reuma al petto», che sfortunatamente, confida al suo amico,  c’era un solo medico in Italia che sapeva curarlo, guarendolo: aveva 95 anni e viveva a Ferrara. Alludeva al dott. Minerbi, nonno materno di Giorgio Bassani. Questo male, che egli sente essere il suo male, lo grida, con voce impotente, negli ultimi versi della poesia I topi: O mio cuore antico, topo / solenne che non esci fuori / e non hai libero sfogo / come non l’ha la frana / della città degli uomini accesa e ruotante; / e non senti gli occhi / di chi tra le donne – meno crudele e meno esitante – / pure ti guarda lontana.

    Rocco non ignorava che i topi nella letteratura sono prevalentemente simbolo di angoscia, indicano disgusto e degrado e sono raccontati da moltissimi scrittori antichi e moderni. Egli stesso, come testimonia il prof. Bronzini in L’universo contadino e l’immaginario poetico di Rocco Scotellaro, p. 227, aveva raccolto, tra i numerosi documenti demologici e popolari, minuscoli testi in cui si esprime l’ossessione per i topi. E, d’altra parte, non ignorava che se in occidente il topo è un animale poco amato, non è la stessa cosa per gli orientali, che ne hanno invece un grande rispetto.

    Secondo il calendario cinese ogni anno è attribuito, secondo il ciclo lunare, a uno dei dodici animali prescelti e il primo anno è attribuito al topo. Sono fiorite leggende per spiegare perché il topo sia il primo animale del calendario cinese. Ne racconto due.

Il Buddha morente chiamò a raccolta tutti gli animali. Solo dodici però accorsero per salutarlo prima della sua dipartita terrena e come riconoscenza per la loro fedeltà Buddha decise di chiamare ogni anno del ciclo lunare con il loro nome. Il primo ad arrivare accanto a lui fu il topo che, furbo e veloce com’è, riuscì a precedere il bufalo. Il topo, salito sul dorso del bufalo, si era fatto portare vicino al Buddha e quindi era saltato velocemente giù dalle spalle del grande animale, anticipando così il suo mite trasportatore.

Un’altra leggenda invece dice che l’Imperatore di Giada, sovrano del cielo e della terra, era sceso sulla terra per visitarla ed era rimasto colpito dalle creature terrestri. Ne scelse dodici da portare in cielo e mostrarle agli esseri divini e, affascinato dagli animali che aveva preso con sé, decise di assegnare a ciascuno di loro un anno. Il gatto, l’animale più bello, chiese al topo di informarlo del giorno in cui l’imperatore sarebbe venuto a prendere gli animali, ma il topo, geloso della bellezza del gatto, non lo informò, così il gatto mancò all’appello e in sua vece fu preso il cinghiale. Quando il gatto venne a sapere del tradimento del topo gli giurò eterna inimicizia.  

    Se moltissimi scrittori antichi e moderni, e detti o fatti popolari raccontano storie, allegorie o metafore riferite ai topi, vanno almeno ricordati tre testi della letteratura occidentale, che sono dei veri e propri classici, ognuno nel suo particolare genere: Uomini e topi di John Steinbeck, La peste di Albert Camus e Maus  di Art Spiegelman.

Forse quest’ultima è l’opera meno conosciuta e ne traccio un breve riassunto. L’opera è divisa in due parti: 1. Mio padre sanguina storia: mostra il rapido inasprimento delle condizioni di vita degli ebrei polacchi negli anni immediatamente precedenti allo scoppio della guerra. 2. E qui sono cominciati i miei guai: dà invece un chiaro spaccato della vita dei deportati all’interno del campo di concentramento negli anni della guerra. I personaggi dell’opera sono rappresentati non in forma umana, bensì in quella animale, che caratterizza la loro posizione sociale, secondo una serie di metafore; i protagonisti, per esempio, gli ebrei perseguitati sono rappresentati come topi (Maus in tedesco significa topo), contrapposti ai nazisti dipinti come gatti, i francesi sono rane, i polacchi maiali, gli americani cani e così via.

Moni Ovadia così sottolinea il senso delle scelte di Art Spiegelman: «… il topo è visto come essere minaccioso. Il topo è quello che scatena nell’uomo la voglia di annientamento: il topo spaventa, terrorizza, è portatore di strane malattie e di affezioni… . Così i nazisti vedevano gli ebrei. Li vedevano come un virus, una piaga, come qualcosa da cancellare: bisognava disinfestare l’Europa dagli ebrei. Quando ammazzavano tutti gli ebrei dicevano che il territorio era Judenrein “pulito”, “puro dagli ebrei”».

Umberto Eco, invece, così ha commentato questa storia: «Maus è una storia splendida. Ti prende e non ti lascia più. Quando due di questi topolini parlano d’amore, ci si commuove, quando soffrono si piange. A poco a poco si entra in questo linguaggio di vecchia famiglia dell’Europa orientale, in questi piccoli discorsi fatti di sofferenze, umorismo, beghe quotidiane, si è presi dal ritmo lento e incantatorio, e quando il libro è finito, si attende il seguito con disperata nostalgia di essere stati esclusi da un universo magico».

Torna quindi opportuno, sul commento di Eco, accennare alla scoperta di ricercatori americani che i topi, quando si innamorano, cantano. Il computer ha permesso di tradurre i suoni emessi dai topi in una melodia comprensibile per le orecchie umane. E di scoprire anche delle similitudini con il canto degli uccelli, o anche, per gli scienziati, degli anfibi e dei rettili, mentre la capacità di cantare è meno diffusa nei mammiferi. L’esperimento, condotto con quarantacinque topi diversi, dava ogni volta risultati simili, ma la melodia cambiava.

    Le due poesie di Scotellaro sui topi ci richiamano, infine, a un’opera postuma di Carlo Levi,  Le ragioni dei topi. Il libro  non è una storia di topi e può essere strano notare, vista la presenza ossessiva di topi nei testi raccolti da Scotellaro, che i topi non sono mai nominati nel Cristo si è fermato a Eboli, che pure è un libro popolato da una molteplicità di animali, con cui Levi viene a contatto e matura una coscienza antropologica e poetica.

Il libro si compone di due parti. La prima parte è un  inedito, che costituiva probabilmente l’inizio di un romanzo, che uscì in sedici articoli su “La Stampa” fra il 1957 e il 1962. La seconda parte è un “Bestiario leviano”, a cura di Guido Sacerdoti, un elenco in ordine alfabetico di citazioni riferite alla presenza di animali nei libri di Levi.

    Nonostante la scomposizione, il libro presenta una sua unità di fondo. E’ un libro che racconta storie di animali, come più esattamente recita il sottotitolo: Le ragioni dei topiStorie di animali. Il titolo, che nulla dice del contenuto del libro, forse è stato scelto perché, più d’ogni altro animale, il topo è simbolo di angoscia, disgusto e degrado. Ma non si può escludere che abbia concorso a suggerirlo il fatto che l’ultima voce poetica di Rocco fu rivolta alla madre e ai topi.

Come ho scritto nel precedente post sarebbe vano il tentativo di sintetizzare il contenuto del libro. Lo presenterò utilizzando qualche brano della quarta di copertina, dell’Introduzione di Franco Cassano e della Postfazione di Guido Sacerdoti.

La fiducia nelle favole, nelle leggende, la percezione sempre più profonda e ripetuta della contiguità e identità tra mondo umano e animale – ha scritto Alfredo Giuliani a proposito dell’opera più importante e più nota e più nota di Carlo Levi – costituisce la verità poetica del Cristo si è fermato a Eboli»: da principio sotto forma di metafora e di contiguitàà per passare ben presto al piano dell’identità e della doppia natura, il tema animalesco domina con «insistenza sempre più catturante» il racconto. L’ «L’originarietà» del comportamento animale – prosegue la quarta di copertina -, quel legame con il mondo della natura che la razionalità umana e il progresso sembrano aver perduto, riducendo la molteplicità a unità, sono infatti al centro della riflessione e dell’opera di Carlo.     

L’opera letteraria di Carlo Levi, segnata dal fascino del primitivo – ecco il significato del “Bestiario leviano” qui inteso come unità dell’opera di cui si parla  -, affianca alla mitizzazione della civiltà contadina una componente simbolica che determina la conoscenza degli archetipi antropologici del mondo rurale. Lo sguardo di Levi si sofferma, così, con attenzione, sul mondo degli animali come sul mito della civiltà contadina. In Levi infatti questo legame tra uomini e animali diventa, a partire dall’esilio lucano, idea centrale mitica che accompagnerà tutta la sua riflessione. L’originalità profonda dello sguardo di Levi deriva proprio dalla sua capacità di cogliere il sentimento fortissimo di quella continuità, molto più visibile al Sud e nella cultura contadina, nella convinzione che la sua scoperta abbia qualcosa di decisivo da insegnarci.

Nell’universo dei valori etici e figurativi di Levi – osserva Guido Sacerdoti nella Postfazione,  gli animali non appartengono ai gradini inferiori di una gerarchia, per la semplice ragione che questo universo non è ordinato gerarchicamente, e lo sguardo abbraccia una realtà costituit da un intreccio inestricabile di minerali, vegetali, animali ed esseri umani.

Il Bestiario leviano a cura di Guido Sacerdoti è un’ampia raccolta di brani di Levi che presentano riferimenti diretti o indiretti agli animali: ordinati in ordine alfabetico, come in un dizionario. Le nove maggiori opere di Levi, tutte pubblicate da Einaudi, sono percorse trasversalmente, come fossero un unico libro, riportando le presenze animali in citazioni più o meno lunghe, tratte dai suddetti nove libri, secondo il criterio del dizionario. Molti dei frammenti conservano una loro forza poetica autonoma, indipendentemente dal contesto, quasi fossero brevi poesie; altri posseggono al loro interno tutte le coordinate spazio-temporali necessarie per una piena individuazione; per molti ancora il contesto ultimo non è né la pagina, né il libro dal quale sono stati tratti, ma una tematica generale, che passa attraverso i vari testi.

 

 

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